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Cronache Danesi #1

Di: Pietro Balzen

Cronache danesi è una serie di racconti di un italiano qualsiasi emigrato in Danimarca, per esigenza di partire e per circostanze fortuite. Aneddoti e vicissitudini vissuti realmente (o quasi), per dare al lettore tanti piccoli spaccati di vita quotidiana, da parte di chi, all’estero, ci va per fare piccole cose normali: vivere e lavorare.

 

Copenhagen, Danimarca.

Che ci sta a Copenhagen, Danimarca?

The little Mermaid, la Sirenetta. Peter Schmeichel. Jon Dahl Tomasson. Christian Poulsen (te lo ricordi, France’?). Il freddo. L’Hygge.

Ah.

E poi ci sono io.

Danimarca: ‘sto pezzo d’Europa uscito dalla Germania e aggrappato alla Scandinavia, in qualche modo, con isole e isolette e un ponte, tra Copenhagen e Malmö.

København.
Come ci sono finito, a København?

L’Italia non aveva altro da dirmi. Bisognava partire. Beppe, amico caro, ci sta lavorando. Due sommato a due ed ecco qua: Danimarca, dopo una trafila di tre settimane tra auto e treno, zaino in spalla, inglese livello survival, due telefoni un tablet nove mutande qualche calzino piumino/giacca a vento. Un paio di spicci. Saluta l’Italia, che non la rivedrai per un po’.
Ed eccomi qua. A København.

Si fa prima ad elencare quel che non esiste in Copenhagen, Danimarca.

L’Euro, per esempio. Stanno nell’Europa ma non stanno nell’Euro. Loro hanno la corona. The danish krone. 1 euro, 7 corone e centesimi. Un coffee, 15 corone. Una pinta di birra, 50 corone. Paiono un sacco di soldi, ma poi pensi “mah, tutto quanto rapportato no?”. Certo. “100 corone sono come 10 euro. Anche se sono 13”. Parola di Gab, padre toscano, madre danese, studente universitario a Copenhagen dall’Italia.
Che fregatura.
Ma poi che mi importa. Sono qua per lavorare: quando mi daranno uno stipendio in corone, calcolo da quello e si spende.

Poi, cosa manca in Copenhagen, Danimarca? Le case, santoddio. Le case. Non ci sono case. Un botto di lavoro, certo. Arrivato da15 ore e subito, tac, trovato. Pizzaiolo lavapiatti. Ma le case non ci stan15 ore e subito, tac, trovato. Pizzaiolo lavapiatti. Ma le case non ci stanno.

Una guerra. Affitti alti. Annunci falsi. Profili falsi. Concorrenza. E che fai? Ti pianti davanti a Facebook, ti aggiungi a tanti gruppi rent room/apartment in Copenhagen e scrivi, a tutti. Ci provi. “Sorry, this room, is available for two?”, “Sorry, can we see the house now?”, “Sorry, sei italiano vero? Ti scrivo in italiano”. E avanti. Ci sono arrivato da solo, a Copenhagen, e Beppe ci lavora da qualche mese, ma anche lui un letto non ce l’ha. Dorme sul divano. Ne ha cambiate quattro di case, in dieci mesi.
Una guerra.

Non ci sta il sole, su Copenhagen, Danimarca. Pensi “beh, arrivo quasi in aprile, fa freddo, ma sto furbo io, arriva la primavera, esce il sole, fa tempo ad andare, il freddo”.

29 marzo 2018: bufera di neve. Non solo neve eh: proprio bufera. Che poi la neve cade soffice, bagna un po’ ma tutto sommato meglio che andare in giro con la pioggia. E poi sono attrezzati qua: sempre freddo, sale ovunque. Nessun problema no?

Manco la neve hanno. Non sono fiocchi. Hanno la bufera e basta. Puntine di ghiaccio, e il vento te le tira addosso, sempre, che rimbalzano sui vestiti e ti graffiano la pelle. Se hai il coraggio, di andare in giro a pelle scoperta.

“Prendi un autobus no?”.
No. Questione di principio. E poi, non ho contanti.

Io non ho contanti, e a Copenhagen, Danimarca, non hanno i biglietti dell’autobus.

Hai la tessera? Bene. Mostri l’abbonamento? Sali. Non hai nulla? Scontrino dall’autista.
Ora: gli autisti degli autobus, a Copenhagen, sono rimasti gli unici ad accettare ancora e solo contanti. Non sai se sia un privilegio o una sfiga. “Can I pay with credit card?”, “No, mister, noi solo contanti. Ci piace meglio. Ci piace vintage [trad. danese]”. Solo loro. E solo tagli piccoli: van bene tutte le monete, 0,50 corone, 1, 2, 5, 10, 20 corone. Bigliettone da 100 corone. Oltre, no. Stai a piedi.
“Posso comprare un biglietto da qualche parte?”: ma non sei in Italia. Niente tabaccheria e chi vende tabacco, i 7Eleven e i Kiosk, niente biglietto. A piedi vai. E ti becchi la neve.
Chiamala neve, poi. Il cielo che spara, altro che neve.

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E poi, come vi dicevo, una questione di principio: 24 corone per un biglietto da un’ora e un quarto. Sono 3 euro e 20 centesimi, o un sacco di soldi. Niente da fare, l’autobus non si prende. Si va a piedi. Strade larghe, piste ciclabili larghe, marciapiedi larghi. Incroci enormi. E semafori. Solo semafori.
Non ci sono le rotonde in Copenhagen, Danimarca. Ma questo ha senso: a loro le macchine non piacciono. Costano un sacco di soldi, stanno cercando di eliminarle. E poi, le rotonde, non hanno una regola. “Passo io? Passi tu? Ti faccio passare?”, le rotonde in Italia le fai bene se sei un creativo con del buonsenso o un casinista. Invece qua, tutto una regola. Ti fermi tu, passo io, poi si ferma lui, passa quell’altro. E non hanno il giallo nei semafori, in Copenhagen, Danimarca. Verde o rosso. A cosa serve poi il giallo: o stai fermo o vai. Qua fa confusione l’omino giallo. Ti devi dare una mossa. Ti devi trovare in mezzo all’incrocio con due carreggiate sei corsie due piste ciclabili guardare l’omino verde dei pedoni e pensare: “o mi muovo o sono morto”.

Eh ma sono avanti in Copenhagen, Danimarca. Hanno l’onda verde per i pedoni. Hai un incrocio no, due carreggiate, sei corsie, devi andare dall’altra parte. Scatta il primo verde, attraversi la prima, e intanto scatta il secondo, e vai avanti.

Se sei dal lato giusto della strada.

Se sei dall’altra parte rischi. Devi correre. La prima carreggiata la attraversi, la seconda forse: hai un po’ meno tempo, scatta prima dall’altra parte, per te, che sei sul lato sbagliato della strada. E gli autisti, qua, non vedono l’ora di partire.

 

Ma, a parte questo, che bello camminare in Copenhagen, Danimarca. Tutto largo, un sacco di parchi… sono aperti anche la notte. Non tutti. Qualcuno. Uno lo faccio tutte le sere, tornando da lavoro: entri, stradina di terra battuta, tendi a sinistra, fai il ponte sopra il laghetto, continui ed esci. Tutto buio, tutto silenzio. E poi ti guardi in giro, guardi le vetrine, leggi le locandine, non ci capisci niente. Hanno un sacco di simbolini: ÆØæßö. A caso. E non so quanti altri, poi. Non li trovo tutti qua, sull’inserimento simboli, sulla tastiera.
Sulla tastiera.
Sulla tastiera danese.
Ha tutto eh. La guardi, vedi le lettere, ci sono tutte e ventisei. Bene. I punti. Le virgole,

Ma.

Qualcosa manca.
Ma cosa.
E inizi a scrivere. E al primo verbo essere, alla prima congiunzione, al primo avverbio, li trovi.
Non li trovi.
Gli accenti.
Non hanno gli accenti, in Copenhagen, Danimarca. Non li hanno le locandine, i manifesti, gli ostelli e le tastiere. Non li hanno loro e non li ho neanche io. E non li ha neanche questo testo, gli accenti. Non essere niente qua. Tutto quanto sta o fa.

 

Ecco. Non sono niente qua, tu non sei niente e lui non… sta.
“Che cazzo ci fai in Danimarca allora che non hanno niente?”
Ci sto. E basta. Sto qua un po’ di mesi, poi me ne vado. Diavolo, mica avranno solo cose che non hanno. Pensate che schifo se uno emigra, va in un altro paese e trova tutto pronto. Tutto bello. Che noia, eh? E allora sto qua, mi guardo in giro, e trovo quello che hanno. Provo a fare il danese. Vai a sapere te, adesso, quanto tempo ci metto a trovare quello che hanno. Ma magari ne vale la pena. Ci metto un mese, due, cinque, e poi trovo quello che hanno, in Copenhagen, Danimarca, e non sono uno due cinque mesi buttati.

E allora sto qua, che intanto hanno il freddo, il vento, i semafori le corone e gli autobus, e tra un po’ di tempo qualcosa salta fuori. O lo facciamo saltare fuori.
Una tastiera con gli accenti, per esempio.
Per il resto, si vedrà.

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