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Ritrovare l’ascolto. Il progetto di “Non dalla Guerra”

Intervista di DAVIDE VICINI ad ANTONIO ZEBELE

Tra il 2011 ed il 2012 esplodeva la guerra civile siriana, che ancora oggi continua a squarciare il Medio Oriente. In un periodo di totale mediatizzazione degli eventi come quello in cui viviamo, questo conflitto ha avuto un risalto importante a livello dei mezzi di informazione. Tuttavia la situazione è oltremodo complessa, e quello che giunge a noi è più che altro una raffica di immagini cruente ed un po’ sconnesse. È difficile tirare i fili di ciò che succede e comprendere la vera situazione sulla costa orientale del Mediterraneo. Proprio di fronte a questa problematica nasce l’associazione Non dalla Guerra: “È nato da due ragazzi molto giovani che in virtù di quello che stava accadendo in Medio Oriente, in particolare in Siria hanno deciso, assieme alla Caritas trevigiana, di partire per un viaggio in Giordania, appunto al confine con il territorio siriano, per poi spostarsi anche in Palestina”, mi racconta Antonio. “Qual era l’esigenza che li ha mossi? Capirne qualcosa e vedere se le narrazioni dei telegiornali riguardo a ciò che i profughi vivevano era vero, cioè se ci fosse una vera corrispondenza tra ciò che arriva a noi e la situazione effettiva. Come ti ho detto c’era l’esigenza di capirci qualcosa, di andare in profondità e ‘toccare con mano’. Quello che si cercava era di constatare la condizione dei profughi e, soprattutto, il loro stato emotivo”.

Una delle immagini simbolo del conflitto siriano (Credits: KHALED KHATIB/AFP/Getty Images)
Una delle immagini simbolo del conflitto siriano (Credits: KHALED KHATIB/AFP/Getty Images)

Vi è dunque, in questo progetto, un interesse umano per l’individuo che affronta la guerra, che ne è sballottato, che si trova fuori dal suo mondo, dalla sua routine e dalla sua cultura. Questo interesse viene canalizzato in forme di solidarietà e volontariato proprio in Giordania, uno dei grandi poli di approdo dei profughi siriani, ma anche di chi fugge per motivi religiosi. “In Giordania le attività sono divise all’interno della giornata. Al mattino svolgiamo un’attività di animazione ai profughi bambini, siriani ma anche iracheni e giordani. Noi siamo ospitati nella comunità cristiana, che corrisponde più o meno ad un 10% della popolazione, che però permette naturalmente a tutti i bambini di partecipare, indipendentemente dalla religione. Abbiamo a che fare con bambini non “facili”: sono ragazzini che hanno un’esperienza di sradicamento alle spalle ed una situazione familiare spesso molto tosta. Abbiamo dovuto anche confrontarci con il problema della lingua: fortunatamente avevamo dei mediatori, ai quali parlavamo inglese e loro traducevano in arabo”.
La giornata si divide però in due parti differenti: “Il pomeriggio andavamo invece dalle famiglie dei bambini che animavamo. Ed è proprio parlando con loro che abbiamo compreso perché la mattina la passavamo con i bambini. Lo stato in cui giacciono i profughi, in particolare i padri di famiglia, che sentono di vivere una vita priva di scopi e si percepiscono come sradicati, fa sì che la loro unica speranza risieda nei bambini, ecco perché sono così importanti: ancora più che in una società come la nostra, rappresentano l’unica possibilità di un effettivo cambiamento”.

Mi interessa comprendere un po’ la struttura dell’organizzazione, da chi è sostenuta, come funziona logisticamente. “In Giordania ci appoggiamo alla Caritas locale, che è ben radicata e strutturata nel territorio. Il supporto che ci offrono le associazioni ecclesiastiche è più che altro a livello di spazi, magari un po’ di pubblico, riusciamo ad interagire creando una sorta di scambio virtuoso, per noi e per loro. Collaboriamo poi con varie associazioni, come Rete Progetto Pace, che tratta di informazione sui luoghi della guerra. con Presenza Donna, che si occupa di  sensibilizzazione sulle tematiche di genere, con il Centro culturale San Paolo, che si preoccupa di diffondere cultura attraverso la comunicazione, con la Piccionaia e con La voce dei berici. Sono associazioni che hanno tutti temi affini ai nostri, e sono d’accordo con la nostra forma di diffusione di queste tematiche”. Varie associazioni dunque, alcune laiche, altre religiose. Salta all’occhio l’assenza dello stato in questo elenco. “A livello statale non otteniamo fondi, l’unico mezzo sono i bandi europei, ma l’Europa è comunque una costruzione sui generis riguardo a queste cose. L’unico luogo ministeriale con cui ci troviamo a collaborare è, come ti ho detto, la scuola, che ci permette di fare un po’ di sensibilizzazione, ma naturalmente la concessione di uno spazio dipende dalla singola scuola”.

Il lavoro a scuola si inserisce all’interno di un doppio lavoro complementare svolto dall’associazione. Se in Giordania il tutto si snoda a livello di intervento diretto, in Italia invece si procede attraverso un lavoro di sensibilizzazione, che può percorrere differenti canali: “La sensibilizzazione si fa in vari metodi, ognuno collabora tramite le proprie qualità, le proprie capacità. Si può trattare anche attraverso forme artistiche: al teatro civico di Schio abbiamo, ad esempio, proposto delle letture intervallate da musica. Un altro ragazzo ha avuto la possibilità di gestire una serie di puntate alla radio. Poi un punto fondamentale per noi sono le scuole: inizialmente prendevamo su tutte le assemblee d’istituto, dopo un po’ abbiamo però capito che la cosa migliore era creare un percorso, canalizzandolo per un evento finale.
Naturalmente serate un po’ più classiche, come le conferenze: eventi che sfociano poi nel Festival biblico, che ci offre uno spazio considerevole per il nostro lavoro
”. Questa duplicità interna all’associazione è in sé lo specchio di ciò che essa tenta di rappresentare: la possibilità di una comprensione, che si più veritiera possibile, della condizione di chi scappa dalla guerra, nel tentativo di annullare la distanza prodotta dalle rappresentazioni mediatiche, le quali solo apparentemente sembrano farci avvicinare a quel mondo, mentre lo inchiodano all’universo del “l’ho visto in tv”.

Alcuni bambini siriani ospitati nei campi profughi giordani (©UNICEF Italia/2015)
Alcuni bambini siriani ospitati nei campi profughi giordani (©UNICEF Italia/2015)

È un mondo differente da quello che giunge a noi. Il ritratto che mi dipinge Antonio non è quello che mi aspetterei. “Bisogna comunque tenere in considerazione che loro non versano in condizioni di degrado assoluto. I profughi iracheni, che fuggono per motivi religiosi, vivono addirittura spesso in appartamento perché di origini benestanti, mentre i siriani più spesso sono in tendopoli, nei campi profughi. Ho visto condizioni più degradanti anche in Italia, ad esempio nei ghetti in Puglia”. L’attenzione non viene dunque a cadere sulla situazione materiale, comunque difficile, ma su quella psicologica. Sono degli individui quelli che fuggono dalla guerra, con problematiche umane spesso sottovalutate. Non è unicamente con le risorse che si può e si deve aiutare, ma anche con un sostegno differente. “La loro condizione tragica è quella mentalemi dice Antonio “una sospensione in cui non si sa cosa ne sarà di loro: non possono tornare al loro paese dove c’è la guerra, e solo alcuni di loro possono muoversi da lì. È quella la situazione tragica. E la possibilità più di entrare davvero in contatto con loro è qualcosa di unico”.

Una possibilità che può cambiare una vita, che non può lasciare indifferenti, che smuove inevitabilmente qualcosa, come un vero e proprio urto. Per questo, quando domando ad Antonio della sua esperienza personale, lui accenna una risata: “Eh, è stata tosta. Ho scelto di studiare filosofia proprio dopo questo viaggio. È stato un qualcosa che comunque mi ha cambiato la vita: è un’esperienza molto profonda perché ti permette davvero di rompere molte barriere e di immedesimarti davvero nell’altro. Una delle parole più alla moda, quando sono partito, era “empatia”: ed è effettivamente ciò che si prova. Riesci a creare un legame con queste persone. Sai, più di uno ti dice: ‘stare con voi è un’esperienza forte, perché un supporto economico ce lo danno comunque, ma qualcuno con cui parlare no, non riescono a darcelo’”.

Di quello che racconta Antonio mi colpisce in particolare una frase, che pare racchiudere tutta l’essenza del suo progetto: La cosa più gratificante è quando ti dicono, alla fine: ‘noi riceviamo varie forme di supporto, ma nessuno ci ascolta davvero. Invece voi siete venuti qui e ci avete ascoltato’.

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