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Revolutija

Di: Roberto Zagarese

 

Il primo passo dentro il MAMbo (Museo d’Arte Moderna di Bologna) é accompagnato da un immediato senso di confusione.

C’è diversa gente in coda, chi attende di vedere la permanente di Giorgio Morandi (pittore bolognese conosciuto per le nature morte che metteva a nudo), chi aspetta di ricevere indicazioni sul percorso di Revolutija – da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky. Indovino la coda giusta, quella che conduce alle opere in prestito dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, e per 2€ addizionali mi aggiudico la possibilità di visitare anche la sezione permanente, dedicata a Morandi ma comprendente altri artisti maggiori (tra cui spiccano Burri e Guttuso). Dopo aver preso l’audio guida sono pronto ad affrontare il percorso di tele, diviso in nove stanze e che ricopre quattro decenni, dall’ultima decade del Novecento fino al 1932, anno importante per l’editto che venne emanato da Stalin, con cui vietò di fare Arte che non fosse aderente ai canoni del socialismo storico. Tra l’altro questo è un anno molto importante: vengono celebrati i cento anni dalla Rivoluzione Russa e l’inizio di un periodo di libertà culturale che per quanto breve vide l’insinuarsi di quattro differenti correnti, approfondite durante il percorso museale: il primitivismo, il cubofuturismo, il suprematismo e il realismo.

Iniziamo con Repin (1903), artista che risente positivamente della morte dello zar (1888) e che vede nel futuro la speranza (due anni dopo verrà fondata la Costituzione il 17/10/1905) per una Nazione che scopre nei primi anni del Novecento quella pittura figurativa ad olio che si era diffusa nel resto d’Europa all’inizio del Seicento.

La seconda sala è dedicata alla donna russa con Taklin, scopritore del costruttivismo e affiancato alle donne di Screbrakov, la cui opera vede sei nudi forti, violenti per l’utilizzo che viene fatto della luce su corpi che non si nascondono, al contrario esplicitanti le loro forme. Nella terza sala un’opera in particolare, “il ciclista” di Goncorova, vede affiancare due influenze complementari: il neoprimitivismo (nel soggetto rappresentato) e il futurismo (per la modalità utilizzata nel descrivere l’andare in biciclettzagggga). Mi fermo qualche minuto a guardare l’opera e percepisco la modalità di rappresentazione del soggetto, non molto caratterizzato perché in linea con i precetti del Futurismo, corrente che vuole scuotere, muovere non solo nell’azione che si intende descrivere, quanto nell’animo di chi guarda, che é chiamato a indignassi davanti a una realtà che non si prepone di dare significato alle proprie azioni, bensì a cui basta avere un’immagine dalla realtà. Nella stessa sala è presente dentro un dipinto il fante di quadri, importante nella simbologia russa perché stante a significare chi è un buffone, chi per l’appunto si limita a tratteggiare i contorni del reale, senza prendere una posizione e senza opporsi a una quotidianità che sul piano sociale è sfociata in più battaglie di guerra, già sopra menzionate. Questo modo di vedere la realtà è in forte opposizione a un altro grande maestro, Maskov, il quale pur essendo di impronta realista lascia che a insinuarsi nella propria opera di due uomini ritratti in mutande e calzini, con un sottofondo di libri, siano i caratteri simbolici. I libri, le bottiglie, il cibo, tutto sembra essere posizionato appositamente a preparare il terreno a due pittori che fecero del simbolo la chiave (anche musicale) di lettura delle proprie opere: Malevich e Kandinskij. Andando con ordine, Malevich é stato il fondatore del Suprematismo, corrente che coinvolge l’uso del colore e delle forme, organizzati secondo le prime forme geometriche (cerchio, triangolo, quadrato) dal secondo significato molto interessante. Un quadrato nero, ad esempio, viene preso come forma geometrica da anteporre al rosso del quadrato, risalente al sole : è la scomposizione dell’oggettivo, l’apertura a una miriade di nuovi significati cui si fanno risalire una miriade di nuovi significati, un nuovo linguaggio. Questo linguagzaggggggio é anche quello caratterizzante Composizione di Vasilji Kandinskij, opera che assomma varie figure geometriche su sfondo bianco. E non è un caso che un altro genio del colore, Mark Rotchko, abbia tratto molto dal nuovo codice dei pittori russi (qui il testo di riferimento é “Lo spirituale nell’Arte”, in cui Kandinskij definisce le basi dell’astrattismo). Finito di ammirare l’opera dell’astrattista per eccellenza, l’accesso alla sala seguente nasconde uno spazio enorme che mi ricorda il ventre di una balena, come forma. Qui vi sono una decina di opere accomunate da una domanda: perché combattiamo? A dare risposta è uno dei più belli Chagall di sempre: “la passeggiata”. Qui le figure galleggiano su uno sfondo bianco e il quadro è talmente dipinto con criterio e tecnica, che i suoi protagonisti annientano ognuna delle altre nove opere che trattano il tema della guerra. Arrivato a questo punto avrei da vedere altre due stanze, non fosse che sento il bianco dello Chagall che mi segue con una patina da Paradiso, tanto che le due sale che mi mancano e che trattano il Realismo socialista non intaccano la mia andatura, fattasi continua e con un ritmo da passeggiata domenicale.

Effettivamente è domenica, lascio da parte il linguaggio dirompente dell’avanguardia russa, per entrare nel linguaggio quotidiano, caratteristica propria di Giorgio Morandi.

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