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Una sinistra per il popolo – Intervista

Intervista di Giorgio Pirina e Renzo Nuti

 

Negli ultimi anni il problema del progressivo e disastroso allontanamento dei partiti di sinistra, o supposti tali, da quella che un tempo era la loro base elettorale,  è tornato giustamente in primo piano. “La sinistra non sa più parlare alle persone“, questo si sente dire; è incapace di proporre un’alternativa concreta ed efficace sui temi più cruciali del sociale, finisce per concentrarsi unicamente sulle rivendicazioni di ambito civile ed al più umanitario, che per quanto legittime sono percepite con sempre maggiore distanza ed estraneità da chi negli ultimi anni ha visto le proprie condizioni economiche peggiorare inesorabilmente. E in tutto questo, la stessa forma partito sembra sempre più datata ed incapace di rinnovamento.

Potere al Popolo sembra inserirsi in questo quadro con un deciso intento di rinnovamento e trasformazione. Una rete nazionale che nasce dalla concretezza delle lotte e delle rivendicazioni sui territori, dal recupero di un forte protagonismo politico da parte di fasce di popolazione normalmente spoliticizzate e mute. La parola d’ordine è quindi tornare al popolo, partire dal basso, evitando le strutture verticistiche e le logiche di delega completa tipiche della tradizionale forma-partito. Abbiamo dunque deciso di dare spazio a questa proposta sulle nostre pagine, soprattutto per verificarne la novità, la portata, la tenuta, le prospettive. Quella che segue è un’intervista a Viola Carofalo, una delle tante figure di riferimento del movimento.

1) Cominciamo con una domanda un po’ scontata. Com’è nata l’idea, chi avete coinvolto, perché?

Avevamo guardato con curiosità, ma anche con una certa diffidenza, al percorso iniziato a giugno al Brancaccio. Avevamo conosciuto i promotori Falcone e Montanari nell’ambito della campagna referendaria dell’anno precedente. A giugno le cose ci si sono presentate molto diverse da come previsto, sia per i partecipanti sia per la strutturazione: dovevano essere coinvolti molti comitati  e realtà di base, invece ci siamo ritrovati d’Alema, Gotor, ecc. In quell’occasione abbiamo dato luogo ad una piccola contestazione; da lì in poi abbiamo seguito il percorso con una certo interesse, ma senza prendere in considerazione l’idea di partecipare. Falcone e Montanari hanno chiuso l’esperienza questo Ottobre alla luce del fatto che alcune forze tra cui Mdp hanno inziato ad organizzarsi in ambiti differenti dalla macroassemblea che si sarebbe dovuta tenere il 18 novembre a Roma.

Proprio alla luce di questo, discutendo all’assemblea politica dell’Ex-OPG abbiamo intravisto l’apertura di uno spazio per un movimento di sinistra, perché MDP era per molte realtà una scelta sofferta. L’assemblea che si sarebbe dovuta fare al Brancaccio abbbiamo dunque deciso di chiamarla noi. È stato un azzardo perché potevamo esserci solo noi, abbiamo lanciato l’appello il martedì a tutte le realtà territoriali scontente della prospettiva di unirsi ad MDP in vista di sabato 18. Anche noi siamo rimasti sorpresi di com’è andata, perché il teatro si è riempito e c’era un’atmosfera di grande entusiasmo. Quello che c’è piaciuto di più è che là dentro c’erano realtà e comitati diversi, ma anche persone di tutte le età, unite  solo dall’interesse per la proposta.

I tempi adesso sono strettissimi perché se votiamo a marzo da qui a 5 giorni dovrà cominciare la raccolta firme per le liste. Lo spirito è di dare visibilità alle realtà territoriali, andare in giro per tutta Italia a presentare la proposta. Ogni territorio ha le sue specificità, quindi ci siamo limitati a proporre un programma modificabile e molto generale, individuando 10 punti che tenessero dentro tutti i discorsi fatti il 18 a Roma e anche gli elementi più avanzati rispetto alle lotte sociali in Italia degli ultimi anni.

2) C’è stato qualcuno che si è tirato fuori fin dall’inizio?  Come avete gestito queste relazioni?

“Tirato fuori” presuppone che noi lo avessimo invitato! Noi tendenzialmente funzioniamo al contrario, come collettore: ci contatta chi vuole starci. Noi ci aspettavamo, venendo dalle esperienze dei movimenti, molte più critiche: la prospettiva elettorale, anche se intrapresa con uno spirito differente, rischia sempre di produrre ostracismo e critiche forti da parte di questi contesti. Tranne nel caso di micro -gruppi, invece, non abbiamo avuto la sensazione di aver suscitato questa reazione; per molti l’astensionismo è un principio, anche comprensibile, per noi non è così: se in passato ci siamo astenuti dal votare era solo perché non c’era nessuno da votare. Abbiamo ricevuto perlopiù critiche costruttive e riconoscimento per il nostro lavoro, quasi mai l’accusa di opportunismo o riformismo.

3) Qual è il discrimine rispetto ad esperienze politiche precedenti che potrebbero somigliare alla vostra? Pensiamo soprattutto ad altre vicende della sinistra, ma anche al Movimento 5 Stelle. Nel secondo caso la differenza è molto più evidente e probabilmente l’accostamento vi suona anche offensivo (nell’eventualità, scusateci),  eppure nell’aspirazione “popolare” qualcuno potrebbe vedere un elemento comune.

Partiamo dai principi: posto che il programma dei 5 stelle spesso varia, un principio di fondo per noi è ad esempio l’antirazzismo, che per i 5 stelle non è così netto. Noi abbiamo inoltre una collocazione politica chiara: come Ex-OPG ci definiamo comunisti, ma è un’identità che non mettiamo davanti a ciò che facciamo. Per noi viene prima l’attività sociale e politica dal basso, ci interessa anzitutto che ci riconosca la gente normale: che poi questa etichetta ci venga affibbiata va bene, ma di certo non mettiamo le parole davanti ai fatti. Rispetto ai 5 Stelle, loro partono dal presupposto della totale sfiducia verso la politica: è una mossa intelligente per raccogliere i voti, ma anche pericolosa. Quello che noi vogliamo, piuttosto, è il protagonismo politico: ritornare ai valori della politica, ma questo non si fa con le chiacchiere, senza stare nei territori, a lavorare con i senzatetto, nell’accoglienza, nella sanità, senza sforzarsi di costruire un movimento sociale reale. Il nostro contestare la classe politica non parte dal presupposto dell’antipolitica, ma è il tentativo di essere rappresentativi ed avere voce; i 5 Stelle su questo sono altalenanti, non hanno identità, soprattutto non hanno niente dei valori della sinistra. Tra l’altro anche la loro democrazia interna, le piattaforme internet, ecc. ci sembrano estremamente contraddittorie: sostengono di partire dal basso, come noi, ma io non mi sognerei mai di fare le primarie come le hanno fatte loro (vedi Di Maio). Grillo in primis è un leader autoimposto, la loro struttura è di fatto estremamente verticistica. Diversamente, noi abbiamo provato a dire: quali sono gli elementi comuni che abbiamo? La bozza che abbiamo proposto sono 4-5 pagine, se ci troviamo su questi punti minimi, regole di base, ogni territorio costruisce la sua soggettività e mette in evidenza le sue lotte. I 5 stelle su questo sono di una verticalità assoluta.

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Il logo di Je So’ Pazzo, principale promotore dell’iniziativa

Il primo elemento quindi è di carattere ideologico: noi siamo persone di sinistra (comunisti, libertari, sinistra generica). In comune c’è solo la speranza di strappare più gente possibile dall’astensionismo. Noi vorremmo che così come tentiamo con le lotte di riattivare la partecipazione politica, vorremmo riattivarla anche sul terreno della rappresentanza. Questa è una cosa che i 5 Stelle in parte hanno fatto. Sono riusciti a riavvicinare alla politica persone che si erano allontanate: solo che l’hanno fatta soltanto facendole votare, noi vorremmo farlo facendole decidere sul territorio.

Rispetto ad altre esperienze di sinistra, il nostro tentativo funziona a rovescio. Vogliamo costruire una rete di realtà che già sono presenti e attive sui territori, senza imbrigliarle in una struttura partitica: molti l’hanno detto ma quasi nessuno l’ha mai fatto. Un nostro obiettivo sarebbe poi di riattivare una componente giovanile, senza cedere alla retorica della guerra generazionale e della “rottamazione”:  siamo contentissimi di ritrovarci nelle stesse idee con i più “anziani”, ma il problema del disinteresse dei giovani sussiste. Stiamo quindi provando ad andare dappertutto, anche nei centri più piccoli, anche contattando realtà che non siano immediatamente implicate in prospettive politiche (polisportive organizzate, comitati per l’acqua pubblica, battaglie locali di ogni tipo). Non mi sembra che questo sia stato fatto prima: non stiamo facendo addizioni per mettere insieme i pezzi di partiti e partitini, noi vogliamo andare a parlare con le persone normali che fanno politica in modi che loro stessi non definirebbero in questi termini. Il senso profondo della politica per noi è il rapporto delle persone con il loro territorio

4) Uno dei vostri punti di forza è l’idea del “controllo popolare”: un protagonismo politico dei cittadini radicato nel territorio, che consenta loro di non scomparire come soggetti dopo aver eletto i propri rappresentanti ai vari livelli. Come si conduce, concretamente, questa pratica? Data la peculiare posizione che i cittadini vengono ad assumere, sarebbe in qualche modo contraddittorio pensare di “istituzionalizzarla”?

Il controllo popolare non può essere istituzionalizzato. Noi riteniamo che tutta una serie di questioni che hanno a che fare con i territori, con l’ambiente, con lo spreco di risorse, siano questioni che si vedono meglio dal basso che dall’alto: so io quale tipo di intervento possa giovare o meno al mio territorio, o quali siano i problemi reali che lo affliggono. I soggetti implicati in certe situazioni a volte possono conoscere il problema meglio dei tecnici: solo la combinazione tra le due visioni può produrre effetti positivi. Questo tipo di controllo dal basso secondo noi serve a varie cose: in primo luogo a trasformare una situazione di fatto. Vai a verificare e poi ti organizzi per chiedere che quella trasformazione venga messa in atto concretamente. A certi bisogni concreti noi rispondiamo poi anche con il mutualismo, cioè andiamo noi personalmente a compensare le mancanze. Ambulatorio, sportello legale, scuola d’italiano ecc. L’aspetto più importante della faccenda, però, è che controllando dal basso tu crei un movimento, un gruppo di persone che non sempre sono quelle già politicizzate, ma che siccome si parla di una cosa che le riguarda direttamente sono molto più propense a mobilitarsi. Quando noi parliamo di controllo popolare non parliamo di niente di diverso da questo: persone che si trovano, constatano che una cosa nel loro territorio non va bene, e decidono di imporre (perché questo è il termine secondo noi corretto per descrivere il meccanismo) all’istituzione di vigilare e chiedono trasparenza. Così facendo si crea un grande protagonismo politico in soggetti che finirebbero o nella rassegnazione o rimarrebbero in una logica di delega secondo la quale semplicemente qualcun altro deve risolvere questa situazione; questo è sbagliato, è il motivo per cui poi la gente si allontana dalla politica, e la vede soltanto come “quelli che stanno là e rubano i soldi”. Sarà anche vero, ma per noi quello della politica è un meccanismo virtuoso. Quindi il controllo popolare è qualcosa che per sua natura parte dal basso.

È ovvio che con le istituzioni il rapporto è conflittuale, laddove l’istituzione non risponde a queste istanze. Può diventare un rapporto collaborativo o di interlocuzione nel momento in cui l’istituzione recepisce queste istanze ed interviene nei punti dolenti. È dal basso che secondo noi è più facile individuare questi punti dolenti.

5) Focalizzarsi sulla concretezza delle lotte nei territori è sicuramente un ottimo punto di partenza, qualcosa che, nonostante l’urgenza, è stato via via fatto sempre di meno; sorge tuttavia il problema di come sia possibile “esportare” questo tipo di pratica e costruire a partire da essa una rete di realtà più o meno apertamente militanti. Se le forme di attivismo sono locali, come trasformarle in un progetto nazionale?

Se pretendi di esportarle uguali così come le hai fatte tu, la prospettiva è fallimentare e lo è sempre stata. Bisogna prendere il buono dalle varie esperienze. Se abbiamo trovato dei metodi buoni è perché li abbiamo presi da qualcun altro: non ci siamo inventati proprio niente. Abbiamo provato a capire come la nostra realtà, da un punto di vista locale, potesse essere trasformata da quel metodo: il racconto serve semplicemente a proporti un metodo, un modo di fare le cose, che a te non era venuto in mente. È per questo che noi sottolineiamo l’aspetto della centralità dei territori, che siamo all’anno zero ed è tutto da ricostruire. Ciò che funziona per noi a Napoli non è detto che funzioni a Padova. Sono abbastanza convinta che se si aprisse un ambulatorio popolare a Padova, come quello che abbiamo a Napoli, il tipo di utenti e di richieste sarà sicuramente diverso. Per capire quali sono le esigenze devi parlare con la gente, sennò rischi di imporre la tua idea di quello di cui gli altri hanno bisogno. E questo non funziona mai.

La facciata dell' Ex-Opg a Napoli
La facciata dell’ Ex-Opg a Napoli

6) Sempre in relazione a questo problema, recentemente si è assistito a livello europeo ad un ritrovato protagonismo politico da parte degli spazi urbani, il cosiddetto “municipalismo”: l’esempio più noto è Barcellona. Anche qui, sembra che ripartire dal grado zero, dalla dimensione circoscritta della città, sia la scelta migliore per costruire prospettive politiche efficaci. Fino a che livello, però?  Secondo voi questa nuova tendenza potrebbe aprire la strada a processi su scala più ampia? Come vi collocate nel triangolo tra città, nazione ed Unione Europea?

Noi crediamo che una rete di città “ribelli” possa risultare positiva per quanto riguarda il rafforzarsi reciproco e lo scambio delle pratiche, ma è difficile immaginare come potrebbe funzionare concretamente e politicamente una rete di questo tipo in vista di una trasformazione complessiva. Mi spiego: va benissimo che città dove ci sono esperienze che noi riteniamo positive, popolari, progressiste, ecc. si mettano insieme e condividano le loro esperienze, da declinare poi differentemente di luogo in luogo. Ma i conti con l’entità statale e quella europea alla fine vanno fatti. È vero che esiste un’autonomia delle città, ma è vero che si è sempre inseriti in un contesto che è anche nazionale  e nel nostro caso anche continentale, sovranazionale. Benissimo la rete, aumentare l’autonomia delle città anche da un punto di vista legislativo: è un aumento della sovranità che ti permette di coordinare e influenzare ancora di più le scelte che riguardano il tuo territorio. Non so quanto oltre si possa andare rispetto a questo: il Jobs Act è il Jobs act, la Buona Scuola è la Buona Scuola, e queste partite si giocano su un altro campo. È evidente che una cosa non esclude l’altra e che il campo stesso è complicato: dire questo non significa non intervenire  contro queste riforme a livello locale, bensì ricordarsi di tenere lo sguardo anche sulla prospettiva nazionale. Altrimenti il rischio è di iniziare a ragionare su delle isole felici. Il contratto di lavoro o il tipo di scuola che vado a frequentare non verranno determinati dal sindaco o dall’amministrazione comunale; ma visto che a me questo interessa, devo capire come inserirmi anche nella contraddizione che c’è tra amministrazione locale e gestione politica nazionale. Il tentativo nostro è anche questo, di passare da un livello locale ad un livello quantomeno nazionale.

Il discorso dell’UE è strettamente collegato a questo: ci sono tantissime sfumature e posizioni tra le voci critiche dell’Unione, per noi l’aspetto che rimane centrale è quello della sovranità e della decisione. È ovvio che il pareggio di bilancio o tanti altri trattati europei sulle migrazioni sono vincoli forti, che anche qualora tu riuscissi nella singola nazione ad avere rapporti di forza e prospettive differenti, ti inibirebbero l’azione. In questo senso la posizione è critica, ma non è una posizione secondo noi precostituita: Europa si, Europa no. Il problema è che attualmente Europa significa vincoli e riduzione della sovranità, cioè della capacità di decidere per sé.

7) Una domanda più “teorica”, adesso. La nozione di popolo è notoriamente scivolosa e pericolosamente polisemica. Può comprendere estremi opposti, dal “power to the people” dei Black Panthers al “Volk” nazista, e via dicendo. In un gergo più tecnico, il popolo viene definito un “significante vuoto” : ognuno lo usa di volta in volta come vuole, rivolgendosi ad un pubblico potenzialmente sempre diverso, per gli scopi politici più disparati. Chi vorreste nominare, voi,  con questa parola? Perché avete scelto proprio questa, e non un’altra, nonostante tutte queste ambiguità?

Ti faccio un excursus, perché è necessario per spiegare perché usiamo questa parola. C’è una ragione immediata e pratica: la gente la capisce. Se tu dici “sei il popolo”, la gente sa cosa stai dicendo. Se tu dici “proletariato”, “sottoproletariato”, “moltitudine”, quello che ti pare, la gente non sa di cosa stai parlando e per noi questo è prioritario. A noi di farci capire ci piace. Da quando abbiamo cominciato ad usare questa parola, che è una parola nostra, non di Beppe Grillo, è dei compagni (il popolo esiste così come lo utilizzano in Venezuela, o il “power to the people” dei Black Panthers), i compagni più ortodossi ci hanno tartassato; allora ce la siamo andati a studiare riprendendo in mano Marx, Lenin, tutti i classici. Abbiamo prodotto degli scritti in cui spiegavamo come nella tradizione marxista e comunista venisse usata la parola popolo. Lenin la usa moltissimo. Ma a un certo punto, mentre discutevamo, ci siamo detti: a noi, che ci importa di come la usava Lenin? È il modo più sbagliato di ragionare questo, secondo il quale hai un’autorità altra che ti dice come ragionare sennò poi l’altro ti attacca perché non sei abbastanza comunista.  Non è questo che ci interessa, a noi interessa cosa questa parola rappresenta. Oggi, quando parlo di popolo, io credo di parlare di una cosa semplicissima, che gli unici a non capire a volte sono i compagni: popolo sono chiunque subisca passivamente una decisione politica pur facendo parte della maggioranza. La parola proletariato noi la possiamo usare tranquillamente e tante volte la usiamo anche, ma è una parola nella quale da una parte non c’è immediato riconoscimento, dall’altro inevitabilmente tiene fuori alcune parti, perché nel senso che ha gradualmente assunto nei movimenti di sinistra (che da un certo punto di vista è anche un fraintendimento di tanti ragionamenti) è stata applicata esclusivamente al lavoratore in senso classico. Da un lato quindi c’è lo sforzo di usare una parola in cui ci si riconosca, dall’altro c’è un tentativo di estendere questo significato. Noi usiamo tanto Mao, il pensiero maoista originario, non le ricezioni dei movimenti europei degli anni ’60. Il popolo di Mao, o di Franz Fanon, è qualcosa che tiene dentro i lavoratori, le classi lavoratrici, ma anche i marginali: nella nostra città parlare di popolo significa parlare di una fetta grande ed importante della quale non parla nessuno. Noi abbiamo fatto recentemente un corteo, la marcia degli esclusi: dentro c’era un po’ di tutti. Senzatetto, chi si occupa dei senzatetto, migranti, studenti, lavoratori: tutti quelli che non hanno parola. Proletariato li identifica tutti? Probabilmente si, ma in quella parola quelle persone non si riconoscono, e la curvatura che quella parola ha assunto nei movimenti di sinistra, per quanto secondo me sbagliata, arriva ad identificarne solo una parte, coincidente con la figura dell’operaio massa. Siccome c’è molto altro, pur riconoscendo la priorità al discorso del lavoro che per noi resta centrale, noi riconosciamo che nel nostro paese ci sono tanti altri soggetti che non hanno diritto di parola, che non hanno diritto di decisione. Noi vogliamo una parola che tenga dentro anche loro. Se anche la parola non fosse corretta, a noi non ce ne frega niente, perché la gente la capisce immediatamente. È una parola forte, potente, perché quando parliamo di decisione parliamo di sovranità e la sovranità è la sovranità popolare. Il problema è che molte volte anche il termine democrazia viene inteso come potere del popolo: se poi uno vuole fare il filologo e va a vedere che non è popolo ma demos, cioè la parte peggiore, noi rispondiamo che sono i peggiori che ci piacciono, quindi ancora meglio. I carcerati, i senzatetto, ci vanno benissimo, ci piacciono questi qua. Siamo sulla stessa barca.

L'assemblea del 18 Novembre al Brancaccio
L’assemblea del 18 Novembre al Brancaccio

8) Come esprimere la volontà di questi soggetti?

È evidente che la rappresentanza è sempre una delega: uno che parla per molti. E anche meno male, perché in qualche modo la molteplicità la devi comporre. Però esiste una delega di uno che parla per molti ed è data una volta per tutte, la delega in bianco, ed una che invece non lo è. Prima facevo riferimento al Venezuela e alla relazione dialettica tra comunità e istituzioni territoriali, che hanno un potere e alle quali se ne voleva concedere uno maggiore, e vertici della rappresentanza istituzionale: quello può essere un sistema di continuo scambio (che poi rimanda anche immediatamente a quello del soviet) . È chiaro che quando dai una delega la dai e che il sistema politico in cui stiamo è quello: il problema è come selezioni il delegato e il controllo continuo, a proposito di controllo popolare, che puoi esercitare su di lui. Che questa persona ci sia è inevitabile, ma chi vota deve anche essere abituato ad esercitare un controllo su quella delega:  per noi dovrebbe essere continuamente revocabile. L’incrocio tra realtà di base che nel quotidiano operano nella trasformazione sociale e vertici della rappresentanza dovrebbe essere imperniato su una dialettica costante. Nel sistema politica italiano non è così, non è previsto, nulla vieta che tu riesca ad un certo punto a creare questa trasformazione, una trasformazione graduale della rappresentanza, non più come delega in bianco ma come delega revocabile, verificabile e controllata dal basso.

9) Torniamo a domande più concrete. Nella prospettiva parlamentare, come immaginate di gestire le relazioni con i potenziali alleati di sinistra? I potenziali interlocutori che ci vengono in mente sono Possibile, MDP, Sinistra Italiana.

Noi non abbiamo rapporti con le segreterie. Non è questo il punto. Se c’è qualcuno di sinistra italiana che si autosospende, o c’è un singolo militante che vuole unirsi al nostro percorso lo fa, ma non è l’idea di accordo fra segreterie che ci interessa. In un certo senso non posso dare risposta alla tua domanda proprio perché non ci interessa accordarci con le segreterie, vogliamo collegarci alla militanza di base, che non significa necessariamente gente che fa politica attiva tutti i giorni. Sinceramente, di MDP non ne parliamo proprio, ma rispetto ad esempio a Possibile mi sembra che nei vertici non si stiano comportando diversamente da come fanno nel PD o in altri partiti. Torno a dire: rispetto ai militanti di basse, vanno bene tutti.

10) Quali saranno i prossimi passi del progetto? Avete provato ad immaginare un’agenda per i possibili scenari post-elettorali?

Finché si potrà, andare in giro dappertutto e provare a mettersi in rete. Per ora ci sono una trentina di città, ma ogni giorno ci arrivano nuove richieste. Mettersi in rete, costruire il programma, possibilmente facendo in modo di recepire tutti gli stimoli che vengono dal basso. Poi lanceremo un appello, in questi giorni, per capire chi vuole aderire. Poi verrà la parte più noiosa: raccolta firme, composizione delle liste. La grande mancanza che abbiamo sentito era quella di una rete che fosse nazionale, di persone che si parlassero e si riconoscessero negli stessi obiettivi, e riuscissero a coordinarsi. Se all’indomani delle elezioni, al di là del risultato, qualunque esso sarà, saremo riusciti a fare questo, cioè ad ottenere un livello per cui le realtà locali si parlano, anche con pezzi e membri della sinistra “classica”, in maniera trasversale, e riescono ad essere in rete, va benissimo così. Per noi già questo è un risultato, perché al momento manca.

11) Antifascismo e questione di genere. Come vi ponete rispetto a queste problematiche, recentemente (e per fortuna) tornate all’ordine del giorno?

La questione di genere è fondamentale: la realtà napoletana è poi particolare perché siamo più donne che uomini e cerchiamo di evidenziarlo e renderlo un punto di forza. Chi oggi non si occupa di questioni di genere non sta capendo nulla di dove sta andando la società, di quali siano i reali problemi e le cose sentite. Per noi però le questioni di genere sono questioni inevitabilmente legate a quelle di classe: è ottimo che anche nella dimensione mediatica si parli di donne, violenza di genere, che si dia spazio ad iniziative come NonUnaDiMeno, è un momento eccezionale che va sfruttato al meglio; bisogna però uscire da una dinamica puramente di gossip. Ci interessa capire cosa si può fare affinchè tutte le donne possano uscire da una condizione di oppressione di carattere sia culturale che materiale: se io non posso lasciare mio marito, o se sono dipendente da mio padre, sicuramente l’elemento culturale è importante, ma è importante anche quello di carattere materiale. Devo essere indipendente, e lo Stato mi deve anche mettere nella condizione per cui denunciare abbia un’efficacia, per la quale i centri anti-violenza funzionino, io possa trovare una possibilità abitativa altra nel momento in cui voglia lasciare la mia casa d’origine. Esistono degli interventi materiali da fare: su questo non si scappa, infatti uno dei dieci punti del programma è proprio su questo. Discriminazione di genere vista sul piano sia culturale che materiale.

A questo si lega anche il discorso dell’antifascismo, perché in questo momento l’antifascismo si gioca a due livelli. Che ci sia un’avanzata delle forze cosiddette neofasciste a me sembra chiaro, nel senso che esiste una visibilità di queste forze: un po’ ci sono sempre state, un po’ di proselitismo forse lo stanno facendo perché si inseriscono in un discorso che è quello sui migranti, che colpisce alla pancia di tanti. In questo sono furbi. Il vero problema però, è che questa forma sia così sbandierata e trovi così tanto spazio, perché alla fine cinque teste di cazzo che entrano nella sede dell’associazione a Como giustamente finiscono su tutti i giornali e questo dà loro un certo tipo di visibilità, non è soltanto stigmatizzante, è anche propaganda per loro. Questo riguarda anche il problema dello spostamento a destra della politica italiana, perché non ne è responsabile soltanto Casapound: anche Minniti, esponente di un governo in teoria di centrosinistra, che ti fa il daspo urbano per cui i marginali devono andare fuori dalla città. Ti crea un tipo di meccanismo per cui la gente dalla Libia non può partire, deve rimanere nelle carceri libiche o morire in mare. Questo è fascismo allo stato puro, ma non è che lo dico perché voglio utilizzare la parola a cuor leggero,  è oggettivamente una politica fascista. Per cui, il problema è sui due piani, il rischio che questa politica di Casapound faccia pensare “ok, allora meglio tutto, il Pd, Minniti, Renzi”: secondo me bisogna vedere in continuità questo spostamento a destra, perché nella rincorsa alla pancia della gente, in cui peraltro i cinque stelle hanno fatto da apripista, si finisce per fare la rincorsa a Salvini, cioè una rincorsa alle destre. Questo è un rischio grave, anche più di quanto non lo sia quello di Casapound e dei neofascisti. Il motivo per cui abbiamo fatto questa scelta e questo azzardo è anche questo: ci sembra impossibile che nella politica classica, quella delle elezioni, non ci sia una voce che parla di antifascismo. E anche chi lo fa, lo fa nell’ipocrisia e nel paradosso per cui accanto ha Minniti che fa leggi fasciste. Quindi, anche questo ci sembrava un motivo in più per inserirci nel discorso politico. È stata un’altra delle ragioni per cui abbiamo deciso di fare questa cosa, anche se sapevamo che non era alla nostra altezza come organizzazione.

Video dell’intervista: https://www.facebook.com/ilBarritoo/

Programma elettorale della lista: https: //poterealpopolo.org/programma/

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