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Latte, Campari e Quinta Colonna

di DAVIDE VICINI

“Dai oh, chi mi fa compagnia a guardare Quinta Colonna stasera?
“Io devo studiare”
“Io sono stanco, ma un po’ la guardo”.
“Dai, prendi una birra, ti prometto che non te ne pentirai”
“Ok, tu hai le patatine?”

La musica iniziale che apre l’anteprima ha un qualcosa di circense (infatti, con una piccola ricerca, scopro che è tratta da La strada di Fellini, la storia di un burbero saltimbanco di nome Zampanò).
Scelta azzeccata.
Lo studio è arancione e striato, con tre grandi schermi sullo sfondo, a preannunciare interventi e collegamenti da chissà quali luoghi stupendi.

Paolo Del Debbio, conduttore del programma
Paolo Del Debbio, conduttore del programma

E poi eccolo lì, entra lui, la “gola profonda del giornalismo italiano”, l’autore della fondamentale monografia Populista e me ne vanto, spregiudicato e quasi eroico Robin Hood, pronto a rubare il monopolio dell’informazione dalle tasche dei ricchi e dei potenti per ridarlo alla gente: Paolo Del Debbio. Ma questa volta, non è solo nel rituale turbinio di applausi che lo accoglie.
Ad accompagnarlo nel trionfale esordio un altro personaggio che fa subito impennare i decibel dello studio: il leader del Carroccio Matteo Salvini.
Le premesse sono già altissime, il mio cuore inizia ad aumentare i battiti. Ma Del Debbio, raffinato seduttore catodico, sa come giocare con i miei sentimenti: il candidato leghista fa appena in tempo ad accennare due timide, ma comunque vigorose e padane, parole sullo scandalo del diritto di Totò Riina ad uscire di galera a causa delle sue condizioni di salute, che viene subito messo in stand-by per una breve ricognizione degli inviati. E io rimango lì, ancora eccitato, con un palmo di naso.
Lo schermo centrale, dove fino ad allora aveva campeggiato l’imponente scritta QUINTA COLONNA, prende finalmente vita. Due rapidi collegamenti in successione, entrambi da Torino: il primo da Piazza San Carlo, dove è successo quello che l’audace conduttore definisce un “popò di bordello”, in occasione della finale di Champions League; il secondo dal Villaggio Olimpico di Torino, dove la settimana prima un’inviata del programma era stata aggredita (anche se pare spuntare anche qualche versione un filo differente).
L’anteprima è finita. Un minuto di pubblicità, coordinato con le altre due grandi reti Mediaset. Stasera è Rete Quattro a dettare il tempo agli altri.

“Pubblicità. C’è ancora Campari?”
“Sì ma non so con cosa potresti mischiarlo, ho del latte se vuoi…”
“Vabbe’ ci si prova… Cazzo fa proprio schifo.”
“Prova a metterci del limone”
“Meglio col limone”
“Sìsì, comunque una merda…”
“Oh oh, ricomincia”

Matteo Salvini, leader della Lega
Matteo Salvini, leader della Lega

Questa volta le mie aspettative non rimangono deluse. Del Debbio e Salvini soli in mezzo allo studio, luci un po’ soffuse, mancherebbero solo un paio di candele ed un cd di Barry White in sottofondo. Il Matteo nazionale si lancia subito sull’attualità, ossia sulla rottura degli accordi tra diversi paesi arabi ed il Qatar. Da qui la necessità di sigillare tutte le moschee, le associazioni culturali, le scuole islamiche, finanziate dallo stesso. Un applauso interrompe la lista prima che Salvini possa citare anche i kebbabari ed i negozi di narghilè. Ma io, che lo ascolto anche col cuore e non solo con le orecchie, lo capisco lo stesso. Ci scambiamo uno sguardo d’intesa al di là dello schermo. Inizio ad essere geloso di Del Debbio.
Tema migranti. “Non scappano dalla guerra, ce la portano a casa”. Immagine di un villaggio vacanze a Castelsardo, con ragazzi di colore che giocano a pallone. Scrosci di applausi condiscono ogni frase. Ora il momento dei dati. Flussi di cifre sciorinati con la nonchalance delle migliori signorine del Lotto. Perché “la politica va fatta sì col cuore [“e che cuore!” aggiungo io], ma anche con la testa”.
Ad un certo punto il coraggioso conduttore interrompe Salvini. “Ce l’abbiamo la clip sul terrorismo?” domanda rivolto alla regia. Le mie pupille si dilatano. Poi il suo indice alzato che ondeggia rapido tra destra e sinistra (un po’ più verso destra): “No, non ce l’abbiamo.” Fottuto Del Debbio.

“Ma negli altri talk show, non succede questa cosa che il presentatore entra con un politico e lo fa parlare da solo all’inizio, vero?”
“Mmmmmh, non direi, no…”

Poi un collegamento da Londra, nella straziante intervista ad un ragazzo che ha visto da vicino un attentatore accoltellare due persone. Un piccolo ritorno su Salvini, che si ritrova anche lui, per una volta, in difficoltà a parlare dopo questo racconto.
Per levare dall’imbarazzo il carismatico lombardo, parte un video su Torino. Le immagini della calca che spinge, sgomita e schiaccia ogni cosa sono impressionanti.
Questa volta al ritorno in studio vedo che gli occhi di Matteo hanno ripreso la solita polemica vivacità. Subito un’allusione vaga: “Fosse accaduto in Svizzera o in Austria…”. Bel giochetto retorico: si dà solo la premessa, ma la conclusione pare ovvia. Eppure io ci sono cresciuto in Svizzera. E non so cosa sarebbe successo, francamente.
Eppure il pubblico di Quinta Colonna pare saperlo. Guardo con attenzione tra le facce in studio, cercando di ritrovare magari qualcuno che abbia fatto con me le medie a Lugano, ma niente. Magari hanno organizzato un pullman da Zurigo, chissà.
Poi, senza preavviso, ecco un servizio sul C.A.R.A. di Mineo, il più grande centro d’accoglienza d’Italia. Il servizio è montato quasi completamente sulle riprese di un live facebook di Salvini, che osserva compiaciuto la sua opera dal lato destro dello schermo.
“C’ho dormito dentro” esclama fiero il frontman padano. Del Debbio lo tocca premurosamente, forse memore di qualche vecchia puntata di Un detective in corsia. “No sono ancora in salute”, lo rassicura sorridendo il verde condottiero. “Io non le prendo quelle malattie da negri”, mi comunica telepaticamente, ammiccando oltre lo schermo piatto.
“Ma cosa fanno tutto il giorno?” “Giocano a calcio, a pallavolo, a pallacanestro, TROMBANO…”.
Sussulti in studio. E sull’accenno alla sessualità, Del Debbio, padrone totale del mezzo, manda la pubblicità.

Cannetta?”
“Sai che non fumo”
“Vabbe’ chiedo per cortesia”
“Ammiro il galateo”

Rientro in studio. Sono comparsi degli ospiti, il clima di intima complicità è svanito, la situazione ora è più agitata. Altro servizio su Torino. Dei ragazzi in collegamento mostrano la loro maglietta di Dybala insanguinata, mentre in studio le voci si accalcano, unanimi nella condanna ma ognuna intenta a gridarla più forte.
Da Torino la testimonianza di Mohamed, ventenne senegalese che ha lottato nella calca per prestare soccorso ad un bambino sommerso dai corpi. Bello questo esempio di umanità, al di là del colore della pelle e della nazionalità. Controllo di essere ancora su Rete 4, non si sa mai.

Mario Giordano, direttore del TG4, (fonte biografieonline.it)
Mario Giordano, direttore del TG4, (fonte biografieonline.it)

Dallo studio, d’improvviso, pungente come un rovo, si alza una voce stridula e gracchiante. Appena i suono sgraziato esce dall’altoparlante destro lo riconosco, è Mario Giordano, direttore del TG4, fedelissimo braccio destro di Del Debbio. Il Little John dell’informazione libera, per capirsi. Girano varie dicerie su di lui: forse la più inquietante è quella per cui non sarebbe altro che una bambina posseduta rinchiusa nel corpo fragile di un giornalista, condannata a questa sorte fino alla scomparsa dell’ultimo vitalizio. Le foneticamente acute accuse verso l’Appendino, sindaco di Torino, squarciano l’aria: “È cialtronaggine! Non è possibile che non ci siano responsabili! Ma so che non è solo colpa del sindaco. Responsabile è anche il medesimo terrorismo islamico che ingenera paura. È un attentato anche se non hanno sparato.”
Dall’altro lato dello studio Del Debbio fiuta una possibile messa in discussione della par condicio e specifica che la sindaca di Torino è stata invitata, ma non ha accettato. E il fedele conduttore non si inginocchia certo davanti ad una donna qualunque: “Quando prego prego o Gesù o la Madonna, i sindaci no.”
Si ritorna a Londra, il ritmo tra temi diversi ormai è serrato. Anche gli ospiti sono confusi. Per mediare ogni tanto salta fuori qualche riferimento a Totò Riina. Salvini guida però la truppa verso il nuovo tema, rivisitando antichi detti con fare quasi profetico: “Chi semina vento raccoglie morte”.
Non avevo mai percepito questo strettissimo legame tra il vento e la morte, ci vedo anche qualcosa di poetico.

“Cazzo è ‘sto rumore?”
“Viene da fuori”
“Fuochi d’artificio?”
“Magari un attentato a Cittadella”
“Chissà”

Il ritorno post-pubblicitario in studio corrisponde al ritorno ai fatti di Torino. Il primo intervento è di Michele Karaboue, docente universitario di origini ivoriane, grande sostenitore dell’integrazione. Ed i risultati dell’integrazione si vedono subito: “Quello che è successo a Torino neanche in Africa pensavo potesse accadere.”; “Quando c’è un petardo sui balconi di Napoli non succede tutto questo”. Salvini non riesce a trattenere l’ammirazione per i brillanti luoghi comuni: questa è l’integrazione che ci piace. Però l’onore padano prevale, ed al rilancio:“Chi non guarda quello che ti sale in metropolitana con un certo tipo di faccia, con un certo tipo di zainetto?”, anche Karaboue ammutolisce.
Prima della pubblicità, il Capitano non dimentica l’omaggio a Gianluca Buonanno, ad un anno dalla morte, a cui subito Del Debbio si aggrega, ricordando l’amico come un “personaggio esuberante” sì, ma molto generoso.

“Ci sono un sacco di citazioni di Buonanno su Wikipedia”
“Tipo?”
“ Boh questa è carina: ‘A Borgosesia ci saranno una decina di gay, ma può darsi che siano aumentati. Fosse per me li schederei. Visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro. Se mi chiedessero di celebrare nozze gay nel comune dove sono sindaco, direi che è meglio che si facciano un TSO. Al massimo offro ai gay una banana. O un’insalata di finocchio.’ Non male”
“Apperò”
“Ce n’è anche una in cui spiega che la Padania esiste perché altrimenti il Grana Padano non si chiamerebbe così…”
“Shh, ricomincia!”

L’ultima parte si concentra su due servizi avventurosi. Uno è il ritorno al Villaggio Olimpico di Torino, l’altra una diretta da Milano, presso un ex albergo occupato. L’inviata ha in mano una torcia, indossa stivali di gomma ed un trench marroncino. “Qui per venire ho 15 persone delle forze dell’ordine, perché è una zona pericolosissima, sembra di stare in un altro paese.”
Il clima in studio si scalda. Le voci si sovrappongono. Tutti gli ospiti si gettano in una sorta di canone a cinque voci della giustizia sociale. Proverò una piccola rappresentazione grafica:

ABBIAMO BISOGNO SERIE POLITICHE DELL’IMMIGRAZIONE

                                         NON SI POSSONO ACCETTARE PIÙ CLANDESTINI

LA SITUAZIONE È INTOLLERABILE

                                                    BASTA ESSERE IPOCRITI

BISOGNA SGOMBERARE

Intanto sotto, con una devozione perfino ammirevole, il basso (si fa per dire) continuo di Mario Giordano, che riesce a ripetere per la ragguardevole cifra di otto volte “FATTENE UNA RAGIONE”, rivolto a Karaboue.
La trasmissione si avvia al termine. Del Debbio saluta, e, con rara umanità, evita il siparietto comico finale: “Abbiamo deciso di non avere le nostre cover band, perché non ci sembrava il caso, ed anche i sondaggi finali con Gene Gnocchi. Questo è un atto di rispetto.”
Ah, il rispetto.

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