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Giurisdizione italiana e culture straniere: quale mediazione?

di: Costanza Spiganti e Chiara Giacomin 

Italia.
Un uomo marocchino migrato nel paese, viene accusato di maltrattamenti e violenze sessuali nei confronti della moglie. L’uomo, di fronte alla Corte, giustifica le sue azioni con motivazioni di carattere culturale, affermando che in Marocco il suo comportamento non sarebbe stato sanzionato. La Corte di Cassazione ha però successivamente deciso di condannare il marocchino affermando che egli si sarebbe dovuto informare circa la liceità o meno delle sue azioni nei confronti della donna, prima di metterle in atto.
Ma se il caso fosse stato giudicato in Marocco, sarebbe stata prodotta la stessa sentenza, o essa avrebbe sostenuto l’uomo?

WhatsApp Image 2017-05-09 at 22.18.34Abbiamo cercato di dare una risposta a questa domanda tentando di fare un parallelismo tra la legislazione italiana e quella marocchina.

Oggi in Marocco le donne si trovano ad occupare due diverse posizioni: nello spazio pubblico sono soggetti autonomi, in quanto la Costituzione marocchina prevede l’uguaglianza e il principio di non discriminazione fra uomo e donna, ma nel privato sono in parte ancora sottomesse al marito. Infatti il Diritto di Famiglia nel paese maghrebino appare ancora molto legato ad una concezione d’ spirazione shariatica.

Subito dopo la conquista dell’indipendenza, nel 1957 il Marocco diede vita al primo Codice di Statuto Personale (Mudawwanaa al-ahāl al-šahsiyya). D’ispirazione religiosa e basato sulla Shari’a (la legge sacra), esso prevedeva il completo asservimento della moglie al marito in ogni ambito della vita: il matrimonio, la gestione dei soldi della famiglia, i figli e così via. La donna era obbligata all’obbedienza nei confronti del marito, il quale godeva di una forma di “diritto di proprietà” verso la moglie.
Nel 2004 questo Codice è stato riformato dando vita ad un nuovo Statuto familiare (Mudawwana al-usra). In esso troviamo elementi “rivoluzionari” e di grande rilevanza, che vanno oltre la tradizionale concezione che seguiva il diritto islamico classico (fiqh). Una delle maggiori innovazioni che sono state inserite nel nuovo Codice consiste nell’affermazione dell’uguaglianza tra uomo e donna nello spazio privato.
Già nel Preambolo è possibile notare come l’intenzione primaria dei riformatori sia stata volta a:

[..] Adopt a modern form of wording and remove degrading and debasing terms for women.1

Salta subito all’occhio una nuova figura della donna: essa ha assunto, almeno formalmente, una posizione di rilievo rispetto a quella che le veniva riconosciuta nel 1957. L’articolo del nuovo codice che stabilisce l’abbandono del dovere d’obbedienza della moglie al marito e che tutti i diritti e doveri sono reciproci e propri ad entrambi i coniugi, è l’art. 4:

Marriage is a legal contract by which a man and a woman mutually consent to unite in a common and enduring conjugal life. Its purpose is fidelity, virtue and the creation of a stable family, under the supervision of both spouses according to the provisions of this Moudawwana.2

Spostiamoci adesso in Italia. Leggendo l’art. 29 della nostra Costituzione vediamo che il matrimonio è ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare; questo articolo si rifà al terzo principio fondamentale della nostra Costituzione, che sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Ma lo snodo in cui emerge in modo evidente lo spirito della giurisdizione italiana in materia, lo troviamo nella legge n° 151 del 19 maggio 1975 che prevede diritti e doveri reciproci dei coniugi. Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia.

Dopo questa breve analisi possiamo notare come la condotta del cittadino marocchino sia incompatibile anche con il Mouduwwana del 2004, in quanto la forma di diritto esclusivo di proprietà sulla moglie non è più valida. Pertanto la richiesta avanzata dall’immigrato di utilizzare questo ancestrale diritto come scriminante penale non è accettabile e di conseguenza punibile.

Entrambe le legislazioni, italiana e marocchina, sembrano regolare i rapporti fra uomo e donna in modo egualitario. Ma se nel caso italiano il concetto di mutualità nei diritti e doveri all’interno del vincolo matrimoniale è oramai ben consolidato, in Marocco questo tipo di diritto riconosciuto alle donne fatica a trovare effettiva applicazione nella società civile, che rimane ancora molto legata alla Shari’a e ad una visione patriarcale della famiglia.

Come ha evidenziato la parlamentare Amina Ouchelh nel suo discorso al Convegno sulle Pari Opportunità nello spazio euromediterraneo:

È chiaro che, pur cambiando la legge, la mentalità rimane la stessa. Per quanto riguarda le conquiste finora ottenute in Marocco, si sono raggiunti obiettivi importanti, sia a livello giuridico sia sociale, come dimostrano il nuovo Codice di famiglia, la possibilità di svolgere nuovi mestieri, la revisione del Codice penale, che prevedeva la disuguaglianza per le donne, la criminalizzazione di qualsiasi tipo di violenza contro le donne, sia essa fisica, sessuale o di altro genere. Ma questo non è che l’inizio. Ogni conquista richiede una grande lotta per radicarsi nella società e, per completare il percorso incominciato, è necessario superare.”3

WhatsApp Image 2017-05-09 at 22.18.33L’Europa oggi sta vivendo un accelerato processo migratorio che pone ogni paese di fronte alla questione dell’abbandono della monoculturalità del proprio tessuto sociale in ragione di un sano multiculturalismo. I migranti varcano le convenzionali frontiere che li dividono dall’Occidente con un enorme bagaglio culturale. Essi non possono essere privati di questa ricchezza, della cultura intesa come modus vivendi a tutto tondo e quindi anche come modo di pensare. Nonostante ciò però, è necessario un ragionamento dal punto di vista giuridico.

La giurisdizione di ogni paese infatti è profondamente permeata della sua storia, cultura e tradizioni, per questo si parla di “localismo del diritto penale”. Ciò che non è considerato reato in un paese può essere condannato in un altro. Un esempio adeguato (e che di recente ha portato a riflettere molti italiani sulla questione) è l’eutanasia: considerata illegale in Italia, essa è permessa in Svizzera.

Il diritto di punire è l’espressione della sovranità di uno stato, della sua identità, del suo sviluppo sociale e culturale e ciò è dimostrato anche dal fatto che in Europa siamo riusciti a creare un’unione economica e politica, ma siamo ancora divisi dal punto di vista penale.

A tal proposito c’è da dire che la valutazione penalistica dei reati culturalmente motivati è variabile e fortemente influenzata dall’orientamento delle politiche generali e della politica criminale di un paese. Tra i modelli di riconoscimento della diversità culturale troviamo quello “assimilazionista” e quello “multiculturalista”.4 Importante esponente del primo modello già dall’epoca coloniale è la Francia, che ha sempre cercato di ridurre al minimo le differenze etnico-culturali presenti nel paese, chiedendo agli stranieri di rinunciare ai propri particolarismi culturali in cambio della garanzia delle pari opportunità e dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Questo “annientamento” delle culture, in ragione di una pacifica convivenza, non è però stato seguito da adeguate politiche di integrazione sociale, cosa che ha provocato un’emarginazione gravissima degli immigrati. Essi sono in gran parte relegati nelle periferie delle grandi città, e non solo: le c.d. “banlieues”, che oggi sono luoghi altamente degradati e in cui hanno visto la luce molti dei cosidetti “foreign fighters” che militano nelle file delle attuali più importanti organizzazioni terroristiche.

All’opposto l’Inghilterra è famosa per una grande apertura verso le diversità culturali, tanto che, quando nel paese venne emanata la legge che obbligava l’uso del casco per tutti i motociclisti, i Sikh, appartenenti a una comunità religiosa indiana che li obbliga all’uso del turbante, si trovarono in difficoltà. Dopo una lunga discussione in Parlamento, l’Inghilterra decise l’esonero, per i Sikh, dall’uso del casco protettivo in ragione delle loro usanze religiose.

In ogni caso è difficile e sbagliato affermare con certezza e in via definitiva che un paese propende per l’uno o per l’altro modello, per la diversa natura dei casi e della loro interpretazione. La giurisdizione italiana, in tal senso, tende generalmente ad escludere (con delle eccezioni) le convinzioni originate da una diversa appartenenza culturale, soprattutto, come nel caso della sentenza sopranalizzata, quando riconosciute come lesive dei principi fondamentali elencati nella Costituzione. Nonostante ciò, nel nostro ordinamento esistono norme extra-giuridiche, morali ed etico-sociali, che garantiscono il riconoscimento della diversa cultura dello straniero che ha commesso un reato; sarà compito del giudice verificare se l’appartenenza ad un certo gruppo etnico possa essere considerata un’attenuante della pena. Ciò può avvenire, ad esempio, nel caso di un reato in materia di uso di sostanze stupefacenti, quando la loro assunzione avviene da parte di persone appartenenti a gruppi culturali o religiosi (come i rastafariani) in cui tali sostanze sono parte integrante dei rituali che li caratterizzano. In casi come questo, la condanna per violazione delle norme penali italiane può essere minore.5

È necessario, in conclusione, sottolineare che un’apertura al multiculturalismo non deve significare, dal punto di vista penale, apertura ad ogni tipo di diversità culturale: occorre porre dei limiti alla tolleranza della diversità tramite l’imposizione del rispetto dei diritti fondamentali della persona indicati nella nostra Costituzione.
Questo è l’unico punto d’incontro possibile tra diritto penale e multiculturalismo che possa permettere una convivenza multietnica pacifica e basata sul reciproco rispetto dei diritti.

1 Versione inglese fornita da Human Rights Education Associates (HREA), consultabile nel seguente link http://www.hrea.org/programs/gender-equality-and-womens-empowerment/moudawana/#11

2 Ibid.

3 Tratto dall’intervento della parlamentare marocchina Amina Ouchelh al Convegno Pari opportunità nello spazio euromediterraneo – Torino, 14 marzo 2006

4 Ciro Grandi. A proposito di reati culturalmente motivati. pp.4

5 Sentenza n° 28270/2008 della sesta sezione penale della Suprema Corte

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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