Home / Articles / Goodbye And Hello: il futuro passato che ci riguarda
La copertina di Goodbye and Hello.
Credits to their unknown owners
La copertina di Goodbye and Hello. Credits to their unknown owners

Goodbye And Hello: il futuro passato che ci riguarda

di Renzo Nuti

Tim Buckley. Credits: Pinterest
Tim Buckley. Credits: Pinterest

La gente antica sta lentamente svanendo
Come giornali in fiamme nel suicidio della mente
Stolti senza Dio, senza sesso e senza una direzione
I loro frivoli castelli di sabbia  si dissolvono con la marea
Indossano le loro maschere mortuarie e si abbassano quotidianamente a compromessi
I nuovi figli vivranno, perché gli anziani sono morti
E io dico addio all’ America
E saluto il mondo con un sorriso

1967. Queste le parole che chiudono Goodbye and Hello, la penultima traccia dell’omonimo disco nonché primo grande capolavoro del giovane Tim Buckley. Un inno maestoso e barocco alla volontà di rottura con il passato e alla fiducia nel futuro. Una marcia trionfale per quella generazione di “nuovi figli” che rivendicava a gran voce (e che voce, in questo caso) la possibilità di un futuro diverso da quello che gli era stato assegnato con miope dispotismo. Niente più compromessi, quindi: ciò che è vecchio, corrotto, meschino e parassitario muore perché una nuova vita e una nuova speranza possano prenderne il posto. Il passato che ancora morbosamente abita il presente è giustamente condannato all’estirpazione, e già si scorge un futuro in cui scintilla la vittoria. Tripudio e liberazione sono tanto inevitabili quanto imminenti: i generali da operetta, i re e le regine nei loro castelli di tabelloni, i mariti esangui, sono l’umanità sconfitta che ha perso la partita con la Storia. Lo Strano Seme del Giorno riposa al sicuro nelle mani di neonati che danzano e cantano. E la buona novella è annunciata in questo mattino radioso dagli squilli di tromba della voce di Buckley. Addio al passato, Salve al futuro: l’istantanea di un presente che si è nutrito di questa tensione, che nel tempo di una canzone è esistito come scarto e apertura.

Dov’è finito, oggi, quel presente? Ma soprattutto, cosa ne è del futuro cui si era legato? Siamo noi, forse, i figli dei nuovi figli di quel tempo? E qual è allora, il futuro che noi dovremmo, o vorremmo a nostra volta salutare? O il passato da rigettare nel grigiore delle sue contraddizioni?

In prima battuta si può sicuramente dire che, nello spaesamento generale, abbiamo evidentemente a che fare con il venire meno di una narrazione (ad altri definirla grande o meno, così come capire se ve ne siano più di una alle nostre spalle). Le giovani generazioni di ora sono del tutto estranee a rappresentazioni che li qualifichino come protagonisti o anche solo attori di un qualche tipo di processo storico; forse non c’è nemmeno la coscienza di appartenere ad una generazione connotata diversamente da quelle che l’hanno preceduta e la seguiranno; di più, non è nemmeno contemplata la possibilità che possa esistere una coscienza simile. C’è da sopravvivere, e poco altro.

Nessuna volontà di rottura, nessun futuro collettivo da immaginare in polemica con il passato: il presente stesso è divenuto ingovernabile e imperscrutabile, c’è solo passività di fronte al tempo che passa e cambia lungo traiettorie inarrivabili.  Il futuro che aleggiava nella voce di Buckley è sfumato in un presente confuso e deludente; è infine diventato passato, un futuro passato dimenticato e poco importante. Riascoltando il brano, lo troviamo allora in questo stato: un’aspettativa simultaneamente vivissima e sepolta. Un’attesa piena di entusiasmo, ma al tempo stesso apparentemente incapace di aiutarci in alcun modo. Un cimelio tanto prezioso quanto inservibile.

i The Who all'opera: gente che di conflitto generazionale ne sapeva qualcosa Credits: TheWho.net
I The Who all’opera: gente che di conflitto generazionale ne sapeva qualcosa
Credits: TheWho.net

 

D’altra parte non ci sarebbe nemmeno bisogno di precisare che, al giorno d’oggi, pensare di replicare quel medesimo gesto di rottura sfrontato e gioioso, magari perché momentaneamente ispirati da una qualche strana frenesia militante, sarebbe del tutto fuori luogo. Poco più che una sorda coazione a ripetere. Davvero qualcuno pensa che una qualche “liberazione” della gioventù odierna, e di quanti essa potrebbe desiderare di aiutare, debba necessariamente passare dal conflitto ideologico con le generazioni precedenti? Persino questa domanda è mal posta: il termine liberazione è decisamente fuori fuoco e poco pertinente (perlomeno senza un adeguato e impegnativo ripensamento); e la vaghezza del soggetto “gioventù odierna” le sottrae implicitamente ogni possibile riferimento concreto. A questo si aggiunga infine che tra le “generazioni precedenti” rientrano precisamente coloro che a tempo debito si erano a buon diritto mossi sotto la bandiera di Buckley e degli innumerevoli altri che cantavano e suonavano al suo fianco. Forse abbiamo qualcosa da rimproverargli, magari anche molto, ma certo non possiamo fingere che la loro morte (politica o biologica) sia la condizione della nostra vita; in altre parole, che solo rompendo con il passato che incarnano possiamo costruire il nostro futuro. Non sembra che dunque ci sia spazio, né tantomeno bisogno, di agitazioni in odore di conflitto generazionale. Nello scarto tra queste generazioni il rapporto di forza tra futuro da immaginare e passato assimilato si è completamente riconfigurato, le aspettative collettive si sono frammentate e disperse nella moltitudine di quelle individuali, generalmente riducendo anche l’ampiezza del proprio respiro. Può anche darsi che le secche del nostro presente rappresentino in un certo senso l’inevitabile ritorno di fiamma dopo la vampata rivoluzionaria giovanilista, che nelle parole di Buckley trovava la forza di una profezia certa di avverarsi; e tutto sommato potrebbe essere piuttosto ragionevole credere che adesso sia divenuto visibile il terreno fertile per un qualche movimento capace di rinunciare a legittimazioni così ideologicamente gloriose, che inevitabilmente tagliano fuori qualcuno e qualcosa di importante.

Keith Richards oggi. Qualcuno ci vede davvero l'incarnazione di un passato con cui rompere? Credits: not found
Keith Richards oggi. Qualcuno ci vede davvero l’incarnazione di un passato con cui rompere?
Credits to their unknown owners

Eppure c’è ancora un elemento insospettabilmente.. presente, da ritrovare nelle vette cristalline del canto di Buckley; Tim potrà essere invecchiato (metaforicamente; nella realtà, purtroppo, non lo ha mai fatto), ma in qualche modo ha ancora qualcosa da dirci su noi stessi e sulle strade che potremmo prendere, anche se probabilmente non se lo sarebbe mai aspettato. Riascoltandolo, in effetti, possiamo e dobbiamo capire che Goodbye and Hello, passato e futuro, restano, per quanto il loro equilibrio (o meglio, squilibrio) possa essere mutato, le coordinate ineludibili entro cui collocare il nostro presente: che ci piaccia o no, viviamo anche noi di una particolare forma di tensione tra questi due poli. Se dunque non ci è più dato di lottare per un futuro radioso, imminente e vasto come quello che lui immaginava, o meglio non sappiamo proprio per quale futuro lottare, e forse nemmeno se lottare, proprio confrontandosi con quell’aspettativa s’impone l’urgenza di ragionare sulla natura del futuro che ci appartiene, sulla sua relazione con il passato, sulle radici della loro convergenza in questo presente che non può essere letto semplicemente come un vuoto, il negativo di ciò che c’era prima. I rimproveri di oramai attempati sessantottini per la nostra inerzia e ignavia giustamente ci feriscono e disorientano, ma al di là di questo possono solo risuonare a vuoto: non si può disconoscere il presente solo perché stagnante e povero di aspettativa, perché non è (più) come si vorrebbe. Sono principalmente tautologie, quei rimproveri. Volenti o nolenti, quindi, questo è il presente che abbiamo: ed è proprio questa statica assenza di futuro che necessita disperatamente di essere pensata (o cantata).

Insomma, si tratta di provare a capire in che genere di tempo viviamo. Riascoltare Goodbye and Hello, ma a questo punto anche i Jefferson, Dylan, gli Stones, gli Area e chi più ne ha più ne metta, non significa cercare di riaccendere ingenuamente entusiasmi rivoluzionari ormai morti e sepolti; la ricchezza di questa musica consiste per noi, oggi, nel riproporci indirettamente tutta la problematicità, la differenza e forse anche la ricchezza nascosta del nostro presente, e del modo in cui lo viviamo. Non siamo loro, non siamo i new children, né degli street fightin’ men, né vediamo gioia e rivoluzione all’ordine del giorno : è proprio perché qualche decennio fa si cantava Times they are a-changin’ che oggi siamo chiamati a riflettere sul fatto che Times they have a-changed.

Non tutto è perduto, dunque: solo finché ci si arrovella nell’ideologia (inclusa quella della nostalgia per la ribellione incondizionata) non si vede alcuna nuova possibilità. Ma se si riesce a fare qualche passo al di fuori di essa, magari insieme a qualcuno dei validi compagni di viaggio sopra menzionati, potrebbero apparire, tra le mille difficoltà, nuove, impreviste prospettive. Riaccendere la scintilla di futuro e speranza che riposa nel cuore di Goodbye and Hello significa anzitutto provare a muovere questi passi verso il nostro presente, perché a questo, prima ancora che al futuro, dovremmo smile hello. Cosa non facile, né tantomeno immediata: I don’t live today, cantava già Hendrix..

 

TIm Buckley, live 1967. Credits: Michael Ochs/Getty Images
Tim Buckley, live 1967. Credits: Michael Ochs/Getty Images

Check Also

A pranzo con un Rivoluzionario

di Asia Della Rosa Piove e veniamo invitati a pranzo da un’amica. C’è pesce, tantissimo …