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1991 Pulitzer Prize, Spot News Photography, Greg Marinovich, Associated Press
1991 Pulitzer Prize, Spot News Photography, Greg Marinovich, Associated Press

Questa è guerra: etica e fotogiornalismo

Di: Selena Frasson

“Trattate ogni soggetto con rispetto e dignità. Abbiate particolare considerazione per i soggetti più vulnerabili e abbiate compassione per le vittime di crimini o tragedie. Intromettetevi in momenti privati di dolore solo laddove vi sia una necessità imperativa e giustificabile di mostrare quelle immagini al pubblico.”

Questa è una delle nove regole del codice etico della National Press Photographers Association (NPPA), fondata nel 1947 come punto di riferimento per i fotogiornalisti di tutto il mondo.

Il fotoreporter è prima di tutto un giornalista e come tale ha il dovere di documentare, ma per farlo può forse dimenticare di trovarsi di fronte a delle persone? È possibile ignorare quel che si è visto e considerare esclusivamente quello che si è prodotto? La consapevolezza di essere solamente testimoni della realtà, può proteggere dai sensi di colpa generati dalla propria impotenza?

Muovendosi attorno a simili interrogativi il documentarista Steven Silver mette a frutto la propria esperienza giornalistica per produrre il suo primo lungometraggio, tratto dal libro The Bang Bang Club: Snapshots from a Hidden War”scritto da Marinovich e Silva, gli unici due superstiti del gruppo.

Cercando di rimanere il più possibile ancorato alla verità Silver racconta in modo avvincente e spettacolare la situazione sudafricana negli anni dell’apartheid: la povertà, gli scontri che contraddistinsero gli ultimi giorni del regime dei bianchi e quelli che seguirono la liberazione di Nelson Mandela, ma soprattutto i sanguinosi mesi di guerre tra fazioni rivali per le strade di Soweto, fino a giungere al 18 aprile del 1994, giorno delle prime elezioni democratiche.

Parallelamente ripercorre le storie di Greg Marinovich, Kevin Carter, Ken Oosterbroek e Joao Silvai quattro fotografi che all’ inizio degli anni ’90 fondarono il “Bang Bang Club”, nome dato dai media al gruppo dei quattro reporter sudafricani lanciatisi temerariamente al centro degli scontri e delle sparatorie (definite, appunto, “bang bang” dalla gente del posto) per portare a termine la propria missione in Sudafrica: documentare con la loro macchina fotografica gli orrori e i massacri della guerra civile. Per la prima volta il cinema di finzione si avvicina in modo così convinto al mestiere del fotoreporter, entrando nella storia per raccontare chi l’ha vissuta.

Marinovich e Carter, entrambi vincitori del premio Pulitzer per il fotogiornalismo: 

l’uno nel 1991 per aver ritratto quella che viene crudamente chiamata “human torch”, ovvero la brutale esecuzione di un uomo della tribù degli Inkatha,

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1991 Pulitzer Prize, Spot News Photography, Greg Marinovich, Associated Press

l’altro per aver immortalato una bambina denutrita accasciata a terra mentre un avvoltoio alle sue spalle sembra aspettarne la morte,

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1994 Pulitzer Prize, Stricken child crawling towards a food camp, Kevin Carter

Insieme ai loro compagni si sono costantemente trovati in bilico tra il dovere professionale e le conseguenze morali dei loro scatti, un conflitto interiore che hanno pagato tutti a caro prezzo, pur sapendo di aver contribuito con le loro fotografie ad attirare l’attenzione mondiale sul Sudafrica, influenzando l’opinione pubblica in merito alla situazione di un Paese che stava tentando di porre fine alla sua piaga più grande, l’apartheid.

Sconvolto dalla crudezza delle immagini che ritraeva e dalla sua freddezza nello scattarle, il primo a cedere alla pressione di questo dissidio interiore fu lo stesso Carter, morto suicida all’età di trentatré anni. Quando la sua foto venne pubblicata dal New York Times, il 26 marzo del 1993, facendo il giro del mondo, la società civile, dopo aver ammirato e premiato quella stessa fotografia, lo accusò di “spettacolarizzare la sofferenza umana”. Eppure Carter e i suoi compagni erano fotografi e avevano il compito di abbattere il colpevole silenzio causato dalla violenza attraverso le loro immagini, poiché quello che rende veramente speciale una foto è la capacità di suscitare domande.

“Testimoni senza emozioni”, i fotografi vivono il conflitto tra il dovere della testimonianza e il rischio della propaganda, per produrre visioni della guerra che non siano per la guerra, ma contro di essa, cercando di abbattere, attraverso fotografie di denuncia, gli stereotipi e le semplificazioni che rischiano di legittimare i conflitti.

Risultati immagini per Philip John Griffiths, Vietnam 1968Come dimenticare, allora, le tremende immagini della guerra in Vietnam, l’orrore e la barbarie che abbiamo conosciuto attraverso lo sguardo di reporter come Philip Jones Griffiths, Eddie Adams e Nick Ut? Si fecero portatori di un fardello insostenibile per trasmettere un messaggio più forte di qualsiasi pensiero razionale, facendoci vedere, senza provare a spiegare, una realtà umanamente inaccettabile. La fotografia mostra, non dimostra, non si chiede il perché, ma il come, e di fronte all’evidenza diventa impossibile negare. Solo così è possibile trovare un senso o una giustificazione per i fotoreporter al loro “essere lì”.

Philip John Griffiths, Vietnam 1968
Philip John Griffiths, Vietnam 1968

 

Eddie Adams, Vietnam 1968, esecuzione di un prigioniero Viet Cong da parte del generale Nguyěn Ngŏc Loan
Nick Ut, The Napalm Girl (Associated Press)

La mostra Questa è guerra! 100 anni di conflitti messi a fuoco dalla fotografia (presentata per la prima volta in Italia nel febbraio del 2015) con oltre 300 immagini percorre il cambiamento delle forme di rappresentazione della guerra, documentando in quali modi la fotografia ha raccontato i grandi conflitti del passato e come li racconta oggi che il fotogiornalismo è cambiato.

Le due guerre mondiali, la guerra civile spagnola e il Vietnam hanno infatti permesso la produzione di reportage che hanno segnato la storia di questo genere grazie ad autori come Robert Capa, Henri CartierBresson e Jones Griffith, mentre le guerre più recenti in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e quelle tuttora in corso in paesi come Congo, Palestina e Ucraina sono invece sempre più testimoniate da “cittadini-reporter”.

Robert Capa – Miliziano repubblicano colpito a morte (Cordova, 5 settembre 1936)
Children in Seville, Spain, photograph by Henri Cartier-Bresson, 1933. Henri Cartier-Bresson/Magnum
Gabriele Basilico, Beirut distrutta dai bombardamenti, 1991
Paolo Ventura, Afghanistan, 2008
Richard Mosse/Zona del divertimento perduto, Congo, 2012. Courtesy, New York Gallery

Nell’epoca in cui le notizie si rincorrono e le immagini vengono trasmesse in tempo reale, il fotografo rimane un testimone fondamentale: catapultato nella storia deve distinguersi ricercando la qualità, un’immagine in grado di fare la differenza, perché “il valore di un servizio, scritto o fotografico, dipende dalla forza che ci metti: umana e professionale. Conta l’esperienza, ma anche la capacità di calarti in quella realtà” (Alex Majoli).

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Credits: http://www.nationalgeographic.it

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