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Ted Larsen: oltre il minimalismo

Di: Roberto Zagarese

E’ sabato cinque Novembre, nella gelida Torino affettata dalle note del “Club to Club” e unita dai vari eventi, sparsi per tutta la città, che fanno unicamente riferimento a una delle più importanti fiere d’Arte Contemporanea in Italia: Artissima.


Artissima, presente sempre e solo a Torino dal 1994, è un punto d’incontro che supera i confini provinciali di un mercato che purtroppo, troppo spesso, in Italia è il risultato di un ammasso di tendenze limitabili a voleri di nicchie così piccole da non superare i confini cittadini. Artissima si propone dunque di superare il provincialismo tipicamente italiano, mettendo in contatto 193 gallerie provenienti da 34 diversi Paesi. Ma ciò che rende questa esibizione tanto completa, è che, proprio come nel caso della
Biennale di Venezia, tutti gli eventi collaterali al padiglione principale (Situato al Lingotto, of course) sono sparsi per la città, ma non sono un numero così spropositato da stordire il visitatore ancora prima che l’itinerario abbia inizio. Ed é proprio ad una di queste collaterali che vengo trascinato dalla mia guida personale, la curatrice pratese Claudia Contu, che alle venti, dopo aver visitato il Lingotto, commenta così una mia proposta di pausa: “Robbè mangiare si può mangiare sempre, Ted Larsen è invece un’anteprima europea!”. Io cerco di capire chi sia questo Ted che mi lascia digiuno, ma Claudia non vuole darmi nessuna addizionale informazione e si limita a un: “Tu seguimi, e fidati! Non ti fidi Robbé?”
E fidiamoci – allora – ripeto a me stesso.

Prendiamo la Metro e il mio stomaco brontola.

Ma scherzi Claudia? Espone qui, di fianco al Rat? Neanche mai l’avevo vista io una galleria qui.”

Robbé che cavolo é sto Rat?”

Un bar in cui mi sbronzavo una volta a settimana.

Un posto” rispondo.

Mi fermo a guardarlo tempo di bruciare inchiostro e filtro. “Niente d’importante. Dai, entriamo!”

Private View è una Galleria tanto semplice quanto spaziosa: due piani, pareti rigorosamente bianche, parquet e… Ted Larsen! Per due ore, tanta la durata della nostra permanenza, il buon Ted cammina e beve vino per avere sufficiente saliva da rispondere alle continue domande dei collezionisti, che si chiedono quale sia il pensiero di questo gigante americano (quasi due metri la sua altezza). E se lo chiedono perché effettivamente le opere di Larsen spiazzano: sono allo stesso tempo minimaliste, costruttiviste, moderniste e post-moderniste.

Hard Curve, 2016, Ted Larsen

In ogni composizione, infatti, possiamo trovare elementi geometrici di base (prendiamo come esempio Hard Curve, 2016) come i semicerchi, o la divisione della cornice in quattro rettangoli; nonostante però questa apparente semplicità, ognuno di questi elementi é curato nei minimi dettagli, dal sovrapporsi degli elementi, al grado di logoramento della materia, ai sottili tubicini che collegano alcune figure, non altre. Ecco che chiunque si fermi davanti al lavoro, e gli dedichi il tempo che merita (Daverio consiglia di passare 15 minuti davanti a ogni composizione artistica, lasciare che la sua immagine stagni qualche giorno nella nostra mente, e poi tornare ad ammirarla avendo una maggiore consapevolezza), avrà una sua interpretazione dell’opera (io, ad esempio, ci vedo un ragazzino che corteggia un’amica di famiglia, che ha un fratello che va a letto con la madre del primo ragazzino), e questa interpretazione non sarà mai del tutto oggettiva, così come non lo é la verità.

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Lined Out Installation, 2016, Ted Larsen

Ecco che man mano le opere passano e le parole non servono più. Nelle stanze rumoreggiano solo i mocassini di un uomo in doppio petto, i calici di chi brinda nel seminterrato, la rotella del mio accendino. Ma a quanto pare un accorgimento in più serve: “Notate anche le ombre, sono parte integrante del lavoro di Ted.” Io e Claudia ci sentiamo un po’ stupidi per non averci pensato prima, ma armati di buona volontà decidiamo di ricominciare la visita, e ricominciamo da Lined Out Installation, 2016. La tridimensionalità della (scultura o installazione?) ci é vicina, e i colori rosso, giallo e arancione su cui lo sguardo corre come i personaggi dei vecchi giochi per Game Boy Color si annullano, nel nero dell’ombra. Ed é qui, che vorrei lasciarvi, lontani da Torino, lontani da Artissima, da me e da Claudia.

Lontani da tutto, dentro l’Arte.

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