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Basta tacere: la violenza ostetrica in Italia

Di: Anna Ricciardi


“Quando ero allieva ostetrica mi hanno obbligata a fare una episiotomia su una donna inerme dicendomi: Se non la fai non ti faccio laureare. Ho visto bambini separati dalle loro mamme. Trattati come bambolotti senza alcun rispetto. Ho visto donne subire ripetute “kristeller” e finire con distacchi di placenta, inversioni uterine, emorragie e costole rotte. Ho visto donne subire il taglio cesareo anche se l’anestesia non aveva ancora fatto effetto. Ho deciso che non metterò mia piede in un ospedale come ostetrica. Ora assisto i parti a domicilio”

In Italia non esiste la violenza ostetrica. O meglio, esiste e proprio in questo momento una donna sta partorendo costretta su un lettino fra gli scherni e gli abusi del personale di sala parto, ma per le nostre leggi questo non è sufficiente per lavorare ad una legge ad hoc per tutelare madri e bambini, nonostante le ultime azioni politiche siano tutte incentrate sulla sacralità della famiglia tradizionale e della figura materna e soprattutto sulla tutela dei bambini.

Il racconto di una ragazza durante il suo tirocinio in sala parto
Il racconto di una ragazza durante il suo tirocinio in sala parto

L’immediata conseguenza della mancanza di una legge specifica per la tutela dei diritti delle partorienti è l’assoluta esclusione della madre sulle decisioni riguardanti le pratiche che vengono eseguite sul suo corpo e incidono sulla salute sia delle donne che dei neonati. D’altronde, se la nostra stessa legge non prevede nessuna tutela per le partorienti il messaggio che passa è molto chiaro : tu non esisti, non hai diritti, non puoi lamentarti perché nessuno ti ascolterebbe. E invece no, le madri hanno voce e la fanno sentire attraverso una potentissima campagna online.

Il primo impatto con l’opera di sensibilizzazione portata avanti dall’associazione attraverso la divulgazione delle testimonianze scritte o raccontate dalle stesse madri – ed occasionalmente da qualche ostetrica – è di profondo shock emotivo, a cui seguono rabbia ed interrogativi.

Nelle testimonianze che sono state rese pubbliche si trova di tutto: dalla paziente che alla visita di controllo dopo un aborto, lamentandosi di forti dolori causati dalla visita brusca si sente rispondere dal ginecologo “così ci pensi prima la prossima volta che vuoi abortire”, ad abusi psicologici sulla partoriente che “non sa spingere”, “non sarà mai una buona madre” “viene qui a farci perdere tempo quando noi vogliamo andare a dormire”. Ogni testimonianza è legata alle altre dal filo conduttore della violenza fisica, che è anche quella più immediata e facile da riconoscere: in quasi tutti i casi le donne hanno subito durante il travaglio ed il parto procedure mediche senza consenso come il distaccamento delle membrane o la manovra di Kristeller  (procedure oltre che dolorose anche molto pericolose per madre e bambino e ormai obsolete) o la minaccia del ricorso alle stesse (“se non sai spingere uso la ventosa” “o ti muovi o tiro fuori il forcipe”).

Infine, nella stragrande maggioranza dei casi alle donne viene negata qualsiasi forma di anestesia, anche l’epidurale, sminuendo a fatti e a parole i dolori del travaglio e dell’episiotomia (l’allargamento chirurgico dell’apertura vaginale tramite bisturi spesso praticato senza preavviso o consenso) e della conseguente sutura, creando una forte sensazione di disagio nelle pazienti che dovrebbero invece trovare nel personale di sala parto un’equipe concentrata e motivata a salvaguardare la sua salute psicofisica e quella del bambino. In tutto questo, mariti, fratelli, genitori delle pazienti vengono tenuti fuori dalla sala parto senza possibilità di essere d’aiuto o anche solo sapere cosa causi le urla della donna che riecheggiano in sala d’aspetto.

Le conseguenze fisiche sulle donne e sui neonati sono debilitanti e hanno ripercussioni sulla vita quotidiana e sessuale delle donne e sulla loro possibilità di partorire ancora, ma ciò che non si vede superficialmente è, se possibile, peggiore: gran pare delle donne lamenta depressione post partum a causa proprio delle traumatiche esperienze vissute in reparto, a cui consegue il fatto ad esempio di non riuscire ad allattare o di non riuscire a riconoscere il figlio – quasi sempre tolto immediatamente dopo il parto senza possibilità di contatto con la madre e restituito dopo ore se non giorni –  come proprio. La depressione post partum non va sottovalutata e nei casi più gravi porta le madri a togliere la vita al proprio figlio o a se stesse ed è spesso conseguenza di disturbi post traumatici legati al parto.

Il messaggio lanciato da questa mamma è chiaro: "Partorire con dignità non può essere un privilegio"
Il messaggio lanciato da questa mamma è chiaro: “Partorire con dignità non può essere un privilegio”

In quest’ultimo mese è stata presentata dall’ On. Adriano Zaccagnini una proposta di legge per mettere in pratica i fondamentali diritti umani delle donne e dei neonati, per riconoscere l’esistenza della violenza ostetrica e dichiararla reato, e per la promozione del parto fisiologico. Nel frattempo, la campagna “Basta tacere: le madri hanno voce” ha terminato il suo lavoro di sensibilizzazione e si è evoluta nella creazione dell’ Osservatorio sulla Violenza Ostetrica (OVO Italia). Entrambe le iniziative si trovano online, sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/bastatacere/?fref=ts e sul nuovo blog https://ovoitalia.wordpress.com/.

Prima si sono mosse le donne, poi la classe politica istituzionalizzando la protesta, ora i quotidiani nazionali iniziano a parlarne, ma la diffusione delle testimonianze e della conoscenza di un problema fino ad ora ampiamente ignorato (si parla di violenza ostetrica solo negli ordinamenti di Venezuela, Argentina e Porto Rico fra il 2006 ed il 2008) sono fondamentali per arrivare all’approvazione della proposta di legge Zaccagnini e magari al suo miglioramento.

Le nostre madri non hanno avuto voce, questa campagna è nel loro nome e nel nome delle madri future per cui, si spera, la violenza ostetrica sarà solo una brutta storia.

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